Rallentare la quarta età: c’è una nuova strategia

La lezione di Franceschi: cambia la prospettiva di un processo ancora enigmatico. Una chiave sono le neurodegenerazioni, al centro del progetto europeo “Propag-Aging”.

«Senectus ipsa morbus est» – la vecchiaia è di per sé una malattia – recitavano gli antichi. In realtà si possono superare i 100 anni e rimanere in buona salute o ammalarsi prima di raggiungere la soglia dell’anzianità. Dipende da un mosaico di interazioni tra geni e ambiente, in cui si sta facendo strada una nuova ipotesi, rivoluzionaria: l’invecchiamento è legato a un lento processo infiammatorio globale dell’organismo che rappresenta la base comune di molte malattie croniche, come il diabete, la demenza o i tumori.

A pensarla così è l’immunologo e docente dell’Università di Bologna Claudio Franceschi, uno dei massimi esperti mondiali sul tema dell’invecchiamento e della longevità, pioniere degli studi sui centenari e protagonista, ieri, della conferenza «La sfida del secolo: una vita più lunga e più sana per tutti», organizzata a Torino dal Dottorato di Neuroscienze dell’Università e dal Nico, il Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi. «Le ricerche ci stanno regalando un quadro molto più complesso di quanto ci aspettavamo, in cui l’invecchiamento e le patologie associate appaiono come il risultato di un’infiammazione cronica di basso grado che aumenta con l’età e non riconducibile a infezioni specifiche», spiega Franceschi. È la teoria dell’«inflammaging» – concetto che riassume la relazione tra infiammazione («inflammation») e invecchiamento («aging») – in cui l’avanzare dell’età rappresenta la radice della malattia, la quale è in grado di accelerare l’invecchiamento stesso, innescando un vortice senza ritorno.

VISIONE INNOVATIVA 
È su questa base che la Commissione europea ha finanziato con 6 milioni il progetto sul morbo di Parkinson e chiamato «Propag-Aging», coordinato dallo stesso Franceschi e dall’Isnb, l’Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna. L’iniziativa coinvolge i migliori centri di ricerca europei – tra cui lo University College di Londra, l’Università di Cambridge e il Karolinska Institutet svedese – con l’obiettivo di identificare i marcatori molecolari del Parkinson per migliorarne la diagnosi, la prognosi e la terapia, evidenziandone anche le relazioni con il processo di invecchiamento, che, com’è noto, rappresenta il principale fattore di rischio del morbo. «Abbiamo adottato un approccio nuovo e cercheremo di identificare le basi della malattia nei processi di invecchiamento, utilizzando le tecnologie più avanzate e confrontando pazienti malati di Parkinson con centenari che non hanno il morbo», sottolinea Franceschi. La visione innovativa sta anche nell’osservare la malattia degenerativa da una prospettiva diversa, senza focalizzarsi solo sul cervello, ma allargandosi all’organismo (e da qui il nome «Propag-Aging»).

I GENI «CATTIVI» 
Un aspetto confortante di questa «visione integrata» età-malattie sta nel fatto che, intervenendo con un corretto stile di vita, è possibile arginare i processi infiammatori e prevenire lo sviluppo delle malattie stesse. «Gli stimoli ambientali, come l’esercizio fisico o la nutrizione, possono avere un’influenza rilevante nel modificare l’espressione genica e il funzionamento del Dna, attivando e spegnendo geni – sottolinea Franceschi -. Inoltre il Genoma non si limita alle catene di Dna presenti nel nucleo cellulare, ma è rappresentato anche dal Dna mitocondriale (al di fuori del nucleo ed ereditato dalla madre) e dal Genoma dei trilioni di batteri che popolano l’intestino e che pesano circa un chilo: un patrimonio genetico circa 100 volte superiore a quello delle nostre cellule». È su questa immensa popolazione di organismi che vivono in simbiosi con noi che si pensa di intervenire per migliorare la salute nel lungo termine, per esempio attraverso l’esercizio fisico e una corretta alimentazione.

DIETA MEDITERRANEA 
Un punto cruciale della nuova visione è rappresentato proprio dal cibo, attraverso cui sembra sempre più possibile contrastare, o almeno rallentare, i processi di invecchiamento. È questa l’ipotesi di partenza del progetto europeo «Nu-Age», coordinato dallo stesso Franceschi, che punta a verificare quanto un approccio integrato alla dieta mediterranea sia in grado di modificare il funzionamento del Dna. Iniziato nel 2011, «Nu-Age» ha preso in esame un campione di «over 65» che sono stati invitati a seguire uno specifico regime di dieta, ricco di verdure e cereali integrali e povero di carne, sottoponendoli a test genetici e molecolari. Per la rivista «Nature» è una ricerca d’assoluta avanguardia. I risultati sono attesi già per i prossimi mesi.